LA CROCE INCARNATA

Ciao a tutti, benvenuti sul mio blog. Troverete informazioni su "La Croce Incarnata", il mio primo romanzo thriller ed anche sul secondo romanzo, "Gioca o Muori", che è uscito nel Dicembre 2007, e sul noir "Perdas de Fogu" scritto insieme a Massimo Carlotto e ai Mama Sabot, collettivo di scrittori di cui faccio parte. Su questo blog sono presenti molti miei racconti e molte anteprime. Buona lettura Piergiorgio Pulisci
martedì, 10 marzo 2009

Il nuovo book-trailer de "L'albero dei Microchip"

Ecco il nuovissimo book-trailer de "L'albero dei Microchip". Guardatelo, commentatelo e fatelo girare, se potete. Grazie mille. Vi ricordo che Venerdì 13 Marzo sarò a Milano nella fiera per la convention "Fa la cosa giusta" dove con Massimo Carlotto, Francesco Abate e alcuni Mama Sabot presenteremo "L'albero dei Microchip". L'appuntamento è alle 18:00

a presto

Piergiorgio

 

 

postato da: croceincarnata alle ore marzo 10, 2009 12:56 | link | commenti | commenti
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venerdì, 06 marzo 2009

Cinque piccole stelline
 

bebe.jpg picture by oguz35

 
 
 
 
 
Dieci settimane. Non una. O due. Dieci maledette settimane. Ecco da quanto sono incinta. Merda… Mi sa che i contatti tra mente e corpo si stanno staccando. Sto per svenire…
Ecco, appoggiati alla parete. Apri la porta e prendi una bella boccata d’aria fresca. Ok. Ossigena il cervello, da brava. Così… Bravissima. Ora la testa non gira più. Vedo tutto sfuocato però… Ok. Normale. Sto piangendo. Due passi e sono fuori dal consultorio. Mi accorgo di avere le mani strette inconsciamente alla pancia. Sento le gambe molli. Mi sembra di camminare dentro una gelatina… Ok, respira di nuovo. Da brava, inspira, espira. Non sembra funzionare. Sto perdendo il contatto con la realtà. È come se qualcuno avesse crackato il mio software mentale, incasinandomi tutte le cartelle e i file. Un hacker che si chiama PAURA. Cristo, il migliore sulla piazza. Mi sta riscrivendo il codice sorgente o qualche altra stronzata perché inizio a vedere la realtà in modo diverso. Tutto diventa cattivo e pericoloso. L’unica via d’uscita mi sembra fare un bel salto sotto quella Mercedes che sta attraversando la strada… Stop! Non fare cazzate…
Allora, non perdiamo la calma.  Facciamo un piccolo riepilogo. Hai diciotto anni, quasi diciannove. Sei all’ultimo anno del liceo. Sei brava. Ma bruttina. Non tanto per castigo naturale, ma perché sei povera. Vivi con tua madre. Tuo padre è un ricordo ogni giorno più sfuggente. La tua vecchia vive di una magra pensione. A volte, quando proprio siete incasinate, andate in coppia a pulire le scale di qualche palazzo vicino, ma nonostante quello, è sempre più difficile far tornare i conti a fine mese. Quindi zero additivi per la bellezza stile jeans, top, cappotti, orecchini, piercing, tatuaggi, mutandine, maglioncini fighi. E tantomento profumi, eye-liner, maschere di bellezza, estetista tutte le settimane (e nemmeno ogni quattro ad essere sincera), e parrucchiera ogni due, come le tue magrissime –maledette!- e tiratissime compagne che sembrano uscite dritte dritte da Uomini e Donne. Risultato: tinta nera artigianale infestata da precoci capelli bianchi dovuti allo stress che mi regalano una bellissima chioma stile manto di puzzola. Insomma non proprio la ragazza della vostra vita. Ma non è finita. Occhialetti stile quelli del cinese per la “miopia da secchiona” come la chiamo io. Ovviamente i soldi per le lenti a contatto sono un miraggio. Ma non voglio piangermi troppo addosso, e soprattutto sto perdendo il filo del discorso… Sei in… Allora sono fuori dal consultorio di Piazza del Carmine. Dopo un’accurata visita con tanto di quadrupla mia razione di “Ma è proprio sicuro?” mi hanno dato la buona novella che diventerò madre. Col cazzo, mi è quasi sfuggito, ma mi sono fermata in tempo…. Sento un pensiero relegato alla periferia della coscienza rombare e farsi sempre più vicino a quella zona dove i pensieri contano e non puoi più ignorarli. Il pensiero è sempre più lontano, ma si sta avvicinando… eccolo… lo sento….il padre?… il padre?... il padre?...il padre?.. IL PADRE??? IL PADRE???
Adesso è quasi un urlo dentro la mente. Il padre? Ottima domanda. Nel mentre mi accorgo che sono ancora ferma come una statua all’ingresso del consultorio. Prima che davvero qualche piccione mi consideri come una statua scagazzandomi la testa è meglio che mi sposti. Sono in piazza alla disperata ricerca di una panchina non smerdata dai piccioni. Ne trovo mezza. Mi siedo. Ok… Ricominciamo. Il padre? Innesto la ricerca nel mio database mentale assai limitato è il risultato è: festa di Luca. I tempi coincidono. Sento come un colpo di karate alla gola. Merda! Una delle poche feste a cui vengo invitata. Festa stile dopolavoro ferroviario, cosa molto fricchettona, quasi comunista-leninista, contro non so quale legge razzista e anticostituzionale. Tasso alcolico: di più. Tutti ciucchi come scimmie e io che giro sobria come una scema in mezzo a duecento persone che non conosco. Una tipa che non ho mai visto mi ferma, mi abbraccia e mi mette in mano un bottiglione di vino. Mi ci attacco per disperazione. Poi solo ricordi confusi. Tra cui quello di un non meglio identificato figlio di puttana che mi mette le mani sotto la gonnina rattoppata per l’occasione facendomi salire il livello ormonale ai massimi storici. Risultato: imboscamento stile ninja in qualche stanzetta, preliminari da schifo e scopata alcolica. Traduzione: non mi ricordo un cazzo di lui.
Fatto sta che il coglioncello mi ha lasciato un bel ricordino. Cazzo.
Sento il sangue richiedere a gran voce una bella dose di nicotina. Smettila, gli dico. Non sente storie.  
V-O-G-L-I-O-F-U-M-A-R-E, dice.  
Col cazzo, rispondo. Ho un euro e tredici centesimi. E devo comprarmi il biglietto. Con la sfiga che ho tipo mi compro le paglie, mi tento la napoletana e il controllore dal volto geometricamente bastardo mi sfilza una multa che quando mia madre lo sa le prende il secondo infarto. Ovviamente non rivaleggerebbe mai con l’altra notizia, il pezzo forte, quello, sì, insomma quello… su dillo… cosa?... dillo stronza.. ok.. tutto d’un fiato?.. sì… va bene… allora?... un attimo, ecchecazzo!... ecco…. Mamma… ecco… ti ricordi quella storiellina dei fiori e delle api… be’… sarei incinta… Bum!... già me la vedo lei cattolica come Ratzinger elevato tre, che crolla a terra, questa volta senza alzarsi mai più.
Quindi, sangue bastardo, zittisciti! Niente sigarette! E poi non lo sai che fa male al bambino? Ottima battuta, Giulia. Davvero. Peccato che dovresti ridere e non piangere. A dirotto tra l’altro.
Forza, alzati. Mi sembra di avere i piedi di piombo ora. Traduzione: cammino come se pesassi trecento chili. Ogni passo è uno sforzo. È il fulcro di tutto questo peso è quell’affare che c’ho dentro, maledizione. Maschio o femmina, non m’importa. Di frutto bastardo d’una scopata che non mi ricordo comunque si tratta. Quindi il pensiero di tenerlo non sfiora nemmeno per un secondo il mio nobil cuore di diciottenne brutta e povera che vive con la madre in una casa che quando piove si trasforma in piscina comunale. E poi io odio i mocciosi. Urlano come antifurti quando non cagano come rinoceronti.
Mentre esco fuori dalla piazza vedo un barbone imbozzolato in un’accozzaglia di scatoloni, coperte, buste di plastica e stracci, con una bottiglia di Ichnusa a fargli compagnia. La mia parte più bastarda mi grida: metti al mondo il moccioso che hai dentro e lo costringerai a diventare come quello. Quel pensiero, l’immagine del vecchio mi cristallizza.
In quel momento sento pesantemente il foglietto che mi ha dato il ginecologo. C’è scritto su il suo numero nel caso non volessi tenere il bambino, come ha detto lui. La cosa più logica in tutta questa faccenda.
Cazzo… Ma abortire è come ammazzare, in un certo senso? mi chiedo. Non lo so.
Comunque imposto il pilota automatico e cammino, cammino. E penso. Il pensiero è costante. Qualcosa tipo: ma quanto sei stata stronza? Ma non potevi restartene a casa quella sera? coniugati in tutte le salse.
Poi a un certo punto mi fermo, come se qualcuno mi avesse stoppato stile videoregistratore e telecomando. Ferma. Immobile. Gli occhi fissi a terra su… Cinque euro. Incustoditi. Sguardo rabbioso a destra e sinistra per scoraggiare l’eventuale concorrenza, scatto felino e appropriamento indebito della somma adeguatamente nascosta nella mia falsissima borsa Gucci comprata dai tunisini nel Largo. Un ultimo sguardo alla realtà circostante. Niente. Non m’ha vista nessuno. Finalmente un piccolo raggio di luce in questa mattina così tetra. E come se non bastasse, fortuna delle fortune, c’è un tabacchino a dieci metri da me.
Il sangue riprende la sua litania: V-O-G-L-I-O-F-U-M-A-R-E. E va bene drogato di merda, gli dico. Entro nel tabacchino. Mi avvicino al banco. Una vecchina sta grattugiando, non grattando ma proprio grattugiando, un gratta e vinci da cinque euro. Guarda il risultato. Faccia sconsolata. Poi però fa un sorriso radioso. Le faccio una radiografia: vecchietta da quattrocentoventi euro al mese. Poverina. In un certo senso la sento vicina. Si volta e mi sorride.
«Che bella ragazza» mi dice. Mi chiedo se la nonnina sia miope.
«Che bel sorriso» continua. Forse ha le cateratte.
«Vuoi un consiglio, compra il prossimo, di sicuro vinci» fa indicandomi il rotolo di gratta e vinci da cinque euro sul bancone.
Sì, come no.
Annuisco educatamente e la guardo andare via. Mi avvicino al banco, il tabaccaio mi guarda, alzo il braccio e indico la pila di Camel, poi la mia mano – fuori controllo – si sposta e indica la striscia di gratta e vinci. Ma sì, vaffanculo alle sigarette. So già che me ne pentirò, ma non lo so, non voglio tradire quella vecchietta. Compro il gratta e vinci e il biglietto del pullman ed esco fuori. Mi siedo alla fermata e guardo il biglietto consigliatomi dalla vecchia. È di quelli con le stelline. Cinque stelline. Ma sì, corriamo incontro al pentimento. Gratto e inizio a sbiancare. Una stellina col numero magico. Anche la seconda. E la terza. E anche le altre due. Cinque piccole stelline, porca puttana. Cinque piccole stelline ognuna da centomila euro. Totale: cinquecentomila euro.
Allora, immaginiamo la scena: mandibola penzolante, sudore copioso, occhi sbarrati di dimensioni triplicate e quelle cinque piccole stelline che ti sorridono, annunciandoti che la tua vita è appena cambiata.
Ok, mi dico, stai sbarellando, devi aver sbagliato. Ricontrolla. Ricontrollo tipo dodicimila volte. Tipo che mi passano davanti tre autobus. Ma, sinceramente, non me ne frega un cazzo. Ho vinto cinquecentomila euro. Incredula, con nonchalance, metto al sicuro il biglietto dentro una coppa del reggiseno. Poi guardo il vuoto, mentre nella mente vortica quel numero. Cinquecentomila euro. Cinque piccole stelline.
Di colpo inizia a piovere. Tutti scappano. Tutti corrono a ripararsi sotto qualcosa. Io rimango immobile dove sono. Sorrido e mi porto le mani alla pancia. Due lacrime mi solcano il volto.
Accarezzo il ventre e per la prima volta parlo con quel qualcuno che ci sta dentro.
«Mi sa che dovrò cambiare un po’ i miei piani» dico. Poi sorrido ancora.
postato da: croceincarnata alle ore marzo 06, 2009 08:08 | link | commenti | commenti
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martedì, 24 febbraio 2009

Da domani di nuovo in libreria con un nuovo romanzo scritto insieme a Massimo Carlotto e Francesco Abate

DA DOMANI 25 FEBBRAIO IN LIBRERIA IL NUOVO ROMANZO DI MASSIMO CARLOTTO E FRANCESCO ABATE, L'ALBERO DEI MICROCHIP, PER LA COLLANA VERDENERO:


Proprio nei giorni in cui Greenpeace svela a tutto il mondo i meccanismi assurdi attraverso i quali si muove il traffico illegale di rifiuti elettronici tra il Nord e il Sud del mondo, esce L’albero dei microchip, il nuovo noir d'ecomafia per la collana VerdeNero firmato da Carlotto e Abate.

E proprio di rifiuti elettronici si parla nel nuovo romanzo del maestro del noir mediterraneo Carlotto e della tagliente penna cagliaritana di "Così si dice", reduci dai grandi successi di "Mi fido di te" e il recentissimo "Perdas de Fogu". Un viaggio nei meandri più oscuri della politica e della criminalità internazionale, un romanzo inchiesta appassionato e incalzante.

Due trame che si dividono tra Liberia e Italia. Da una parte la storia di Kimmie Dou, militare Onu che indaga su un traffico internazionale di armi e dall’altra quella di Matteo, un bambino autistico con la passione per l’informatica.

Le due vicende troveranno un nesso logico proprio nel traffico di rifiuti elettronici che si dipana tra l’Italia e il paese africano. L’albero dei microchip, di Massimo Carlotto e Francesco Abate, è stato scritto in collaborazione con Michele Ledda, Marcella Catignani , Andrea Melis, e Piergiorgio Pulisci del collettivo Mama Sabot. Lo trovate in tutte le librerie o altrimenti sul sito di VerdeNero da domani 25 Febbraio.

Trama:
Liberia, Africa occidentale. Kimmie Dou, militare Onu, indaga su un traffico internazionale di armi legato all’esportazione illegale di diamanti. Dopo un lungo appostamento al porto di Monrovia, lui e i suoi uomini individuano un carico sospetto in arrivo dall’Italia. Nessuno poteva immaginare cosa si nascondesse nel ventre di quella nave.

Piemonte, Italia. Matteo è un bambino autistico con la passione per l’informatica. La sua malattia lo espone agli scherzi dei compagni di scuola: gli fanno credere che nel campo dove giocano a calcio crescono i computer. In realtà, il campo è una discarica abusiva di rifiuti elettronici. Il caso viene affidato al capitano della Finanza Nicola Einaudi. Quale trama perversa porterà le due indagini a intrecciarsi? Cosa lega i diamanti e le armi agli smaltimenti illegali?

L’albero dei microchip è un viaggio nei meandri più oscuri della politica e della criminalità internazionale, un romanzo inchiesta appassionato, commovente e incalzante.

 

Marco Vichi - Leonardo Gori

Titolo: L'albero dei Microchip

Autori: Francesco Abate, Massimo Carlotto, Michele Ledda, Marcella Catignani, Andrea Melis, Piergiorgio Pulisci

Editore: Edizioni Ambiente

Collana: Verdenero

Prezzo: 13 euro

postato da: croceincarnata alle ore febbraio 24, 2009 13:45 | link | commenti | commenti
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giovedì, 27 novembre 2008

L'eredità di Izzo

L’eredità di Izzo

 

 

Il noir mediterraneo e le sue trasformazioni:

 

 

Il crimine è cambiato. Con esso anche la percezione stessa del crimine è cambiata, poiché la criminalità si è infiltrata troppo a fondo nel tessuto sociale moderno, modificando il suo genoma. Il confine tra legalità ed illegalità non è mai stato così labile. Così come non è mai stato così grande il potere delle grandi organizzazioni criminali come la mafia, la camorra, la mafja russa o le triadi cinesi. Le grosse multinazionali del crimine hanno capito che non aveva più senso agire esternamente alla società civile e alle istituzioni. Era svantaggioso dal punto di vista economico. Così i grossi gruppi criminali hanno fatto uso della loro caratteristica più pericolosa: la versatilità. Hanno maturato una mentalità imprenditoriale e sono entrati nel mercato regolare. Hanno fatto un grande salto di qualità. Si sono insinuati nei tessuti sociali, economici e istituzionali dei paesi di appartenenza, non combattendo più lo stato, ma impadronendosene a poco a poco.


L’Italia, da questo punto di vista, è un esempio perfetto. In Italia quattro regioni sono totalmente in mano alla criminalità organizzata. Questa veicola e ha potere decisionale sulla vita di decine di migliaia di persone. E siamo tutti vittime delle mafie. Tutti. Non solo gli abitanti del meridione. Ognuno di noi – forse inconsapevolmente – è vittima delle mafie, delle grosse organizzazioni criminali. Multinazionali del crimine che hanno un fatturato annuo ben superiore a quello di molti paesi in via di sviluppo – si stima che il fatturato annuo delle tre principali organizzazioni criminali italiane si aggiri intorno ai cento miliardi di euro - , e i cui proventi sono reinvestiti metodicamente fuori dall’Italia, in decine di paesi europei e non, in modo tale che i loro capitali siano blindati, non sequestrabili e liberi di moltiplicarsi. E siamo tutti vittime di questi imperi criminali. Perché se la mafia venisse sconfitta, tutti pagheremmo molte meno tasse, i servizi funzionerebbero, i politici onesti riuscirebbero a fare il loro mestiere, la giustizia avrebbe un significato diverso. Tutti avremmo una vita migliore. Tutti. Ma il nostro governo è più concentrato a perseguire i piccoli criminali, i fannulloni, i clandestini, i singoli assassini, anziché concentrarsi su queste holding del male che condizionano governi e istituzioni – spessissimo dall’interno -, e assumono poteri sempre più grandi. È una questione di priorità. Finché lo Stato italiano continuerà a spiegare forze e capitali contro la piccola criminalità, la vera criminalità, quella che ammorba realmente il nostro paese, continuerà a fiorire indisturbata nell’indifferenza generale, la sua linfa vitale.


L’indifferenza. Antonio Gramsci disse che l’indifferenza è il peso morto della storia. Aveva maledettamente ragione. L’essere indifferenti comporta danni devastanti nella società. L’essere indifferenti lascia che alcune persone governino su molte senza alcun controllo in un’ottica del tutto personale e oligarchica. Lo Stato e le dittature adorano l’indifferenza del popolo. Fanno di tutto per incentivarla e per assicurarsi, così, un lungo futuro. E questa è una cosa che gli stati hanno in comune con le organizzazioni mafiose. L’indifferenza è il cancro della democrazia. E l’attuale situazione politica e sociale italiana è un perfetto esempio di come l’indifferenza spiani la strada a un’oscura notte. Quella notte viscida dove l’indifferenza non è più un lusso, ma una legge.
L’indifferenza è sostanzialmente un problema culturale. Un deficit di cultura e una manipolazione costante e assidua della realtà da parte dei media, possono portare all’indifferenza. Secondo la classifica mondiale della libertà di stampa stilata da Freedom House, l’Italia è al sessantacinquesimo posto. La maggior parte dei quotidiani e degli organi di informazione sono quasi totalmente asserviti al potere. Quella che ogni giorno si porta avanti sugli schermi della televisioni e sulle pagine di alcuni quotidiani è una sofisticazione della verità. E si diffonde non soltanto attraverso le pagine dei quotidiani e le notizie dei telegiornali, ma anche nelle fiction televisive che tratteggiano una realtà totalmente avulsa rispetto a quella in cui viviamo, e in programmi spazzatura e talk-show che fanno avvizzire gli spettatori nel buio marcio della pigrizia mentale. Sembra quasi che dietro ci sia uno scopo ben preciso: distorcere il processo di consapevolezza, annebbiare le menti, renderle intellettualmente inoffensive fino a portare una progressiva perdita dell’identità individuale a favore di una massificazione morale e culturale di bassissimo livello. Per perseguire questi obbiettivi è necessario anche ridurre notevolmente la cultura – e il potere rivoluzionario insito in essa – e abbassare drasticamente il suo livello qualitativo. È quello che sta accadendo. Basta guardarsi intorno per rendersene conto. Stanno estirpando la cultura. Continuano a tagliare fondi alla cultura in favore di fondi per le forze armate e la sicurezza. Sradicano la cultura perché è pericolosa. Perché fornisce tutti gli strumenti per pensare. Sveglia le menti. Affila le coscienze. E questo per lo Stato – e per le organizzazioni criminali – non va bene. La cultura e la sana informazione sono antibiotici per l’indifferenza. La cultura e la sana informazione sono espressioni di libertà, e quindi entità rivoluzionarie. Ma l’opera sottile e diffusissima di spegnimento della cultura che si sta portando avanti non sarà per niente facile da fermare. Anzi. Questo processo è stato ormai portato all’esasperazione ed è esponenziale; in quest’aria di recessione, la cultura – a partire dalle terribili riforme scolastiche – verrà sempre più delegittimata e manipolata.


Ed è proprio in questo preciso momento storico e politico che il filone letterario che prende il nome di noir mediterraneo si configura come un’arma di resistenza e denuncia rivoluzionaria contro la massificazione e la sofisticazione della realtà. Coniugando la fiction a una solida inchiesta e ad un’analisi spietata - nella sua oggettività – della realtà, questo genere letterario può veramente fare breccia nelle coscienze delle persone. Laddove una semplice inchiesta giornalistica o un saggio annoiano o appaiono eccessivamente distaccati, il noir mediterraneo con le sue storie dal ritmo serrato, i personaggi estremamente verosimiglianti, il linguaggio essenziale e accattivante e le trame avvincenti, trascina il lettore dentro una storia affascinante che si legge d’un fiato. Al tempo stesso, però, con la solida inchiesta che fa da fondamenta per il romanzo, si costringe il lettore a venire a conoscenza di una realtà scomoda, di una sottotraccia che racconta un problema che lo scrittore vuole riferire al lettore, sottovoce e molto sottilmente. I romanzi appartenenti al genere noir mediterraneo hanno principalmente due livelli di lettura: un primo livello è quello classico, quello con cui si affronterebbe qualsiasi altro romanzo d’evasione; il secondo livello scava più a fondo nel nucleo della storia, nell’inchiesta e nella denuncia che quella storia vuole raccontare. Sfruttando quindi storie di ampio respiro e ritmi serrati, gli scrittori che si dedicano a questo genere portano il lettore a pensare alla sottotraccia, alla denuncia, anche una volta che ha finito di leggere il romanzo. La denuncia in qualche modo riecheggia nella mente del lettore. Lo costringe a pensare, a valutare e prendere in considerazione ciò che gli è stato raccontato tra le righe. Ed è questo che differenzia questo genere dal più generale noir: la denuncia. La denuncia che ovviamente si accompagna ad una chiara e fredda disamina della società contemporanea nei suoi profili storico-politici ed economici-criminali, caratteristiche già insite di per sé nel genere noir, che lo rendono una perfetta chiave di lettura della realtà. Questo è lo scopo del noir mediterraneo. Denunciare. Sensibilizzare il lettore. Portarlo a pensare. Portarlo a conoscenza di crimini e problematiche criminali di cui non è a conoscenza, poiché la stampa non ha avuto il coraggio di raccontargliele, o perché semplicemente non ha voluto farlo. Fare un ritratto alla realtà con la penna della narrativa. Sostituirsi quindi in un certo qual modo al giornalismo d’inchiesta, con un'arma molto più potente, però, stretta in pugno: la fiction. Non si tratta di suggerire soluzioni. Lo scrittore non può fornire soluzioni, ciò non gli compete. Però dispensa dubbi, interrogativi. Vuole fortemente che il lettore si confronti con quella precisa realtà.


Il creatore di questo genere è senza dubbio lo scrittore francese Jean-Claude Izzo, autore della celeberrima trilogia marsigliese dell’ex flic Fabio Montale. In Solea in particolare – l’ultimo romanzo della trilogia – Izzo va a denunciare i viscidi e inestirpabili legami criminali tra politica, economia, alta finanza, e multinazionali criminali, portando il lettore a conoscenza dei profondi mutamenti nel tessuto economico-sociale dell’intera Europa, contaminati dal virus della mafia. È una criminalità globalizzata quella che Izzo denuncia. Una criminalità diffusissima che investe istituzioni e politica e si configura come un tumore inestirpabile. L’unica via d’uscita – paradossalmente – risiede nella denuncia stessa. Non arrendersi, ma denunciare. Portare più persone possibili a conoscenza di quel problema, con uno strumento avvincente come il romanzo. In questo la poetica del noir mediterraneo e del suo artefice è rivoluzionaria. Conoscere vuol dire lottare. Ignorare vuol dire arrendersi. Ed è qui allora che la condivisione della cultura e delle problematiche sociali diventa uno strumento di lotta e resistenza di massa.


Probabilmente la poetica e le intuizioni di Jean- Claude Izzo sono state fortemente ispirate da un altro noirista francese, di una generazione precedente, che ha indagato e eviscerato senza alcuna pietà la realtà nei suoi più di duecento romanzi: André Héléna. Questo maestro del noir francese aveva una vera e propria ossessione per la realtà in cui viveva. Si fece carico di portare la realtà sulle pagine dei suoi romanzi crudi e spesso osteggiati proprio per l’eccessivo carico di verosimiglianza. Ma l’autore francese continuò nella sua analisi della società francese degli anni cinquanta e sessanta, regalandoci dei capolavori inarrivabili, perfetti testimoni della realtà in cui Héléna viveva e scriveva. Le sue opere e la sua ossessione per la realtà nella sua osservazione più fredda e oggettiva, hanno sicuramente posto le basi per quell’amore verso la verità che è andato a costituire il cuore pulsante del noir mediterraneo di Izzo.


Prendendo spunto dalle intuizioni di Izzo, altri autori hanno seguito questo filone, rivendicando il potere culturale e di denuncia del noir mediterraneo. Massimo Carlotto ha senza dubbio portato avanti le lezioni di Izzo, arricchendo il genere e adattandolo ai continui cambiamenti socio-criminali dell’Italia scomoda che continua a raccontare da quasi ormai venti romanzi. I suoi romanzi rispecchiano in pieno quella che è la poetica del noir mediterraneo. L’autore padovano parte sempre da un fatto di cronaca o da una denuncia molto dettagliata per le sue storie. Sfrutta appieno il suo talento di scrittore e le potenzialità della narrativa per denunciare e sensibilizzare i lettori sui legami sempre più stretti tra economia, politica e criminalità organizzata. In questo le sue opere sono rivoluzionarie e scomode, poiché il noir mediterraneo di per sé è scomodo: è un genere che critica, che semina interrogativi, che scava laddove nessun altro posa lo sguardo o si sporca le mani. Carlotto sente la necessità di raccontare verità e ingiustizie nascoste alla società. Indaga e scrive. È un dovere quasi morale. Mette il suo talento di scrittore al servizio della realtà e usa il romanzo come tramite tra la realtà e il lettore. I suoi noir divengono quindi cerniere di congiunzione tra verità nascoste o trascurate dai media e il lettore, che a partire da una storia mozzafiato si trova necessariamente a confrontarsi su quelle verità che lo scrittore ha scovato, scavando e documentandosi a fondo, prima di infonderle nel romanzo. In un certo senso Massimo Carlotto usa il romanzo per amplificare la verità, per portarla all’attenzione di un pubblico più vasto e variegato di quello che può avere un quotidiano. Il suo rapporto con la realtà è quindi ovviamente molto stretto. I suoi personaggi sono perfettamente inseriti nella società attuale e aderenti ad essa. Sono pedine che l’autore utilizza per analizzare i cambiamenti della criminalità e il peso sempre più gravoso che essa ha sulla nostra società. Da questo punto di vista i romanzi di Massimo Carlotto sono radiografie molto nitide della società attuale. Col passare degli anni, però, nella produzione dello scrittore padovano si può notare che la denuncia del mondo criminale si fa sempre più forte, ma soprattutto va a toccare temi e ambienti sempre più scomodi e altolocati. Il romanzo Mi fido di te, per esempio, scritto con l’autore cagliaritano Francesco Abate, va a denunciare un fenomeno criminale non geograficamente delimitato, ma quasi globale: la sofisticazione alimentare. Frutto di una lunga e meticolosa inchiesta, quest’opera affronta un business criminale altamente redditizio, ma che soprattutto investe la società nella sua totalità. Partendo da questa denuncia molto specifica, Carlotto e Abate analizzano quella che può essere definita la nuova criminalità globalizzata: quella che è saldamente intrecciata con l’economia, tanto da non riuscire a capire dove inizia l’una e dove finisce l’altra. Questo romanzo segna una svolta nella produzione di Carlotto ma anche nella storia stessa del genere: con Mi fido di te lo scrittore ammette con ancora più forza che nei romanzi precedenti che la criminalità ha raggiunto un potere quasi assoluto. L’inchiesta alla base del romanzo testimonia che il crimine si è talmente evoluto ed ha inglobato così voracemente il mercato che è riuscito ad arrivare addirittura nelle tavole delle persone. Il cittadino non si trova più al di fuori dalla sfera del crimine, ma ne è imprigionato all’interno. A questo punto anche il noir mediterraneo deve adeguarsi – così come da sua natura – alle trasformazioni socio-criminali che si respirano nell’aria. Ed è qui che Carlotto, ancora affiancato da Francesco Abate, un’altra ottima penna al servizio della realtà, arriva a denunciare probabilmente una delle più grandi contraddizioni della nostra società: il poligono degli orrori di Perdas de Fogu. I due scrittori iniziano a documentarsi e raccogliere materiale e da subito si rendono conto che l’inchiesta ancora una volta è davvero scottante. Decidono allora di avvalersi della collaborazione di altri scrittori per poter gestire l’enorme quantità di dati che l’inchiesta porta alla luce. Nascono così i Mama Sabot, di cui anch’io faccio parte. Nascono col preciso intento di scrivere un noir mediterraneo, un romanzo che partendo da una rigorosa indagine e inchiesta – saranno mille e cinquecento pagine le pagine totali della documentazione – decide di affrontare un problema terribile come quello del poligono sperimentale per eccellenza, dove confluiscono interessi da capogiro – il poligono viene affittato per 400.000 euro al giorno a multinazionali belliche private – a discapito di un’incompatibilità totale con la terra e la popolazione sarda. Tutto ciò per sensibilizzare i lettori. Il nome stesso del collettivo di scrittori non è casuale. Sabot è lo zoccolo che gli operai durante la Rivoluzione Industriale gettavano dentro gli ingranaggi dei macchinari delle fabbriche per fermare il processo di produzione, per ribellarsi ad una situazione ingiusta e insostenibile. Da questo termine viene il verbo sabotare, e il collettivo che ha affiancato Massimo Carlotto ha voluto usare la metafora dello zoccolo per indicare il sabotaggio della macchina della menzogna. Ma è il genere stesso a presentarsi come sabotatore degli ingranaggi della menzogna. Col romanzo Perdas de Fogu Massimo Carlotto e i Mama Sabot vanno a denunciare degli orrori nascosti e secretati dalle istituzioni stesse, individuando delle contraddizioni proprio nel cuore pulsante della nazione. Si ha così l’ennesima conferma che la criminalità non è più un fattore esogeno alla società, ma endogeno. Anzi, in questo caso si identifica col cuore stesso dell’istituzione. Ed è qui che il noir deve essere coerente con se stesso e con la realtà che l’ha partorito: lo scrittore non può esimersi dal raccontare le nefandezze della società che ha rilevato; non può smorzarle, o filtrare la loro negatività: deve essere oggettivo. Deve raccontare la verità con onestà intellettuale, anche a costo di profilare una situazione maledettamente negativa, senza nessuna possibilità di consolazione. Perché il noir mediterraneo non è una letteratura d’evasione. Non soltanto. È uno strumento di lotta e resistenza contro l’industria della falsità, e deve perciò essere totalmente coerente con la sua poetica. Anche a costo di essere foriero di pessime notizie, che non lasciano speranza e incupiscono. Perché in verità la speranza esiste, e risiede proprio nella filosofia stessa del noir mediterraneo: la speranza è la condivisione della cultura e della realtà, ma anche dei sentimenti di rabbia e frustrazione per via delle ingiustizie descritte. Questo è, a mio avviso, il fine del noir mediterraneo: la condivisione della verità e di un moto di critica verso le ingiustizie e le incoerenze della nostra società. Così scrivere sarà sinonimo di lottare. E leggere di resistere.

Piergiorgio Pulisci

postato da: croceincarnata alle ore novembre 27, 2008 13:04 | link | commenti | commenti
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martedì, 05 agosto 2008

Perdas de Fogu - domani alle ore 19 la presentazione al cinema Odissea in viale Trieste

Ciao a tutti. Oggi vi scrivo per invitarvi domani alla presentazione ufficiale di "Perdas de Fogu" il romanzo scritto con Massimo Carlotto e i Mama Sabot. La presentazione - a cui siete tutti invitati - si terrà domani venerdì 21 Novembre presso il cinema-teatro Odissea in viale Trieste 84 alle ore 19.  Se potete venire, ci terrei davvero molto.

Un abbraccio a tutti,

Piergiorgio

 

DAL 13 NOVEMBRE NELLE LIBRERIE "PERDAS DE FOGU"
IL NUOVO ROMANZO DI MASSIMO CARLOTTO SCRITTO CON I MAMA SABOT

 

Ciao a tutti... date un'occhiata a questa novità... Vi invito anche a visitare il mio myspace, all'indirizzo:

 

http://www.myspace.com/piergiorgiopulisci

O, per chi fosse su Facebook, il mio profilo su Facebook:

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A presto, e mi raccomando il 12 tutti in libreria.... a breve aggiornamenti più dettagliati!!!! ^_^

E mi raccomando, guardate il video promozionale del romanzo!!! DAL 12 NOVEMBRE NELLE LIBRERIE "PERDAS DE FOGU" IL NUOVO NOIR DI MASSIMO CARLOTTO SCRITTO CON I MAMA SABOT. ECCO IL VIDEO INTRODUTTIVO AL ROMANZO, PER LA REGIA DI ENRICO SPANU PRODOTTO DA FRISKO:

Il booktrailer sta andando molto bene, siamo già a più di 4.100 visite in poco più di una settimana!! Diffondete il link e la voce, se potete!

VENERDì 7 novembre on line il nuovo video di Perdas de fogu

Grazie mille

Piergiorgio Pulisci "Sabot"

postato da: croceincarnata alle ore agosto 05, 2008 06:45 | link | commenti | commenti
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martedì, 01 luglio 2008

Piergy 82

E' da un po' che volevo postarlo, e finalmente lo faccio...

Questo sono io come mi vedono i miei colleghi Claudio e Valentina... Giudicate voi se mi assomiglia o meno!!!  ^_^

Ne approfitto per invitarvi a visitare la mia libreria digitale a questo indirizzo, dove potete vedere cosa sto leggendo in questi giorni, e quali libri possiedo: http://www.anobii.com/people/piergiorgio/

a presto

Piergiorgio

postato da: croceincarnata alle ore luglio 01, 2008 16:56 | link | commenti | commenti
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sabato, 21 giugno 2008

Pronto soccorso

Pronto soccorso
 
 
 
 
 
Ospedale Marino di Cagliari. Pronto Soccorso. Ventitre e quarantacinque. Se l’emergenza avesse una sveglia, sarebbe puntata su quest’ora. Quattro ambulanze in nemmeno dieci minuti. Un record. Qui nella sala d’aspetto le ambulanze non sono accolte bene. Ad ogni ululato di sirene si innalza nella sala un coro di sospiri e imprecazioni. Ambulanza vuol dire codice rosso. Codice rosso vuol dire che quei poveri cristi  sbattuti qui dentro da più di tre ore dovranno aspettare ancora.
Ecco che ne arriva un’altra. La sirena trapana le orecchie. Il coro di sospiri è da stadio.
Una signora scuote la testa, sconsolata, gli occhi pieni di lacrime. Ha capito che dovrà aspettare ancora, sopportando a denti stretti il fuoco del sole che le è entrato nella pelle, fin dentro la carne, e forse ancora più nel profondo, fino ad incendiarle il sangue. Ne ho viste parecchie straniere come lei. Arrivano qui con la pelle quasi trasparente, s’addormentano un pomeriggio al Poetto, felici di aver visto finalmente un mare come si deve, e quando si svegliano dal coma indotto dal sole, si sentono bruciare come se avessero appena fatto l’amore con Satana.
Sì, ne ho visto parecchie di mozzarelle come lei, così come ho visto parecchi hamburger ambulanti come quel grassone in piedi davanti al distributore automatico di snack. Appartiene alla categoria “ho già avuto tre infarti e me ne vanto”. Suda e parla a voce alta. Anzi, suda troppo e parla a voce troppo alta. Quando apre la bocca negli occhi delle altre persone vedo l’omicidio. E’ qui perché ha provato un forte dolore al braccio sinistro, ci ha gridato senza che nessuno glielo avesse chiesto. Dice che si tratta sicuramente del quarto infarto. Il bello è che da quando è arrivato non ha fatto che attaccarsi al distributore di snack e infilarci monetine manco fosse un videopoker. Eccolo che apre l’ennesimo pacchetto di patatine. Dentro di me sorrido. Con un po’ di fortuna quando l’avrà finito il colesterolo gli occluderà del tutto le arterie e ci libererà della sua presenza. Hamburger ambulanti… Quanti ne avrò visti qui dentro? Cento? Duecento? Mai quanto gli extracomunitari con le ossa spezzate. Arrivano in pull-man accompagnati in genere da un compaesano o a volte anche soli. Quando i medici gli chiedono come si sono rotti, dicono sempre cadendo dalle scale o stronzate simili. Mentono. In realtà sono lavoratori in nero. Sfruttati più di schiavi in cantieri edili nella periferia di Cagliari così pericolanti che farebbero arrossire un ispettore del lavoro. Vengono qui a farsi riparare come macchine. Non si lamentano. Non piangono. Aspettano in silenzio. Come macchine. Istruiti ad arte su cosa dire o non dire da caporali SS, aspettano il loro turno con una calma che ogni volta mi fa venire i brividi. Ne vedo due ora. Quello ferito ha una mano completamente insanguinata. Gocciola sangue per terra, scandendo l’attesa di tutti gli altri che fissano schifati quella mano, a debita distanza dai mostri neri. In particolare due bambini fissano il gocciolio. Massimo sei anni. Maschio e femmina. Fratelli. Loro sono sanissimi. La madre no. E’ collassata su una sedia da circa mezz’ora. I bimbi non sembrano preoccupati. Devono aver visto parecchie repliche di questo show materno. Prima di crollare in questo stato semi-comatoso, la donna, innaffiata di sudore, respirava affannosamente, come se avesse appena corso i cento metri. Attacco di panico. Ne ho visto veramente tante persone come lei, in preda a queste crisi d’ansia. Ad ogni ora. Di qualsiasi età o sesso. Sì, ne ho visto parecchie. Conosco a menadito la fauna da pronto soccorso. Conosco alla perfezione il terrore sui volti dei pazienti che arrivano qui con qualcosa di grave, così come conosco minuziosamente il cinismo degli infermieri e degli autisti di ambulanze che fumano fuori nel cortile, parlando di calcio o riforma pensionistica. Io so, perché sostanzialmente guardo. Osservo. Questo gesso che mi avvolge il braccio destro è finto. Me lo sono messo io. A differenza di tutte le persone stipate qui dentro, con l’aria condizionata che non riesce a scalfire la coltre di caldo, io sono sanissimo. Sto fingendo. Non son qui per farmi curare. Sto aspettando. Sto aspettando qualcuno in particolare. E prima o poi arriverà… Ma guarda. Manco a farlo apposta ecco che entra. Li riconosco subito quelli come lui, la sua genia maledetta. Ho passato troppo tempo dentro queste sale d’aspetto per non riconoscerli. Entra con il bambino al suo fianco e suona il campanello delle emergenze. Fisso il bambino: due grossi ematomi gli oscurano la parte sinistra del volto. Un occhio è mezzo chiuso. Il bimbo si tiene stretto al petto il braccio sinistro. Il viso è una ragnatela di lacrime.
Ora tutta la mia attenzione è focalizzata sul bimbo e il padre. Soprattutto sul padre che si china all’altezza del bambino e gli prende la testa tra le mani, dicendogli qualcosa sottovoce. Il bimbo abbassa lo sguardo, e l’uomo lo costringe a fissarlo spingendogli il mento verso l’alto. L’uomo ripete sottovoce. Il bambino annuisce.
Mi alzo senza dare nell’occhio e mi avvicino al distributore degli snack, abbastanza vicino alla porta automatica dell’ingresso del pronto soccorso. Inserisco una monetina e faccio finta di essere indeciso su cosa scegliere. L’hamburger ambulante cerca di attaccare bottone. Lo ignoro. Dopo un po’ si allontana indispettito.
La porta si apre, e un medico donna fissa il bambino e gli chiede cosa gli sia successo.
Il bambino dice di essere caduto in bici. Il padre conferma. Li guardo con la coda dell’occhio: mentono entrambi. Ma a quanto pare lo noto solo io. Le altre persone sono troppo immerse nelle loro sofferenze, e il medico è troppo stressato per riconoscere nelle lacrime del bambino non il dolore, ma la paura.
Il dottore dice al padre che purtroppo c’è parecchio da attendere. L’uomo annuisce, prende il piccolo e va a sedersi nell’unica sedia libera, quella che ho lasciato io.
Prendo un cioccolato dal distributore e fisso padre e figlio. Ho già visto questa scena. Molte volte. Ma, soprattutto,  ho vissuto quella scena. Io ero come quel bambino. Io ero quel bambino. Situazione identica. E ogni volta che mio padre mi conciava talmente male che arrivava a portarmi al pronto soccorso, la scusa era sempre la stessa: dovevo dire che ero caduto in bici o dalle scale. Se osavo dire la verità, se la sarebbe presa con mia madre. E quel bastardo di mio padre aveva gli stessi occhi che ora ha quell’uomo seduto al posto che era mio, impegnato a scorrere la prima pagina dell’Unione, mentre il figlio piange in silenzio, al suo fianco. Vorrei andare da quel bambino e dirgli che so cosa sta provando. Vorrei dirgli che so cosa vuol dire girare di pronto soccorso in pronto soccorso, senza andare mai due volte di fila nello stesso per non dare nell’occhio, per non far venire strane idee ai medici. Vorrei dirglielo, ma non lo faccio. Non servirebbe a niente. Il motivo per cui sono qui, il motivo per cui giro di pronto soccorso in pronto soccorso, fingendomi un paziente, è un altro. Così mi appoggio alla porta d’ingresso e attendo.
Dopo più di un ora il bambino viene fatto entrare.
Il padre esce fuori a fumare. Annoiato, si avvia verso i parcheggi.
Ecco il momento che aspettavo. Escono sempre per smaltire la tensione.
Esco anch’io.  
Il bimbo rimarrà dentro almeno un quarto d’ora. Lascio scivolare il coltello fuori dal gesso. Un quarto d’ora mi basterà a fargli capire che i bambini non si toccano. Con tutti gli altri mi è sempre bastato.
Quando gli recido i tendini delle mani, nei suoi occhi vedo quelli di mio padre. Come sempre. E come sempre, dopo sorrido.
 
 
 
 
Piergiorgio Pulisci
postato da: croceincarnata alle ore giugno 21, 2008 09:55 | link | commenti | commenti
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sabato, 31 maggio 2008

La prima volta

La prima volta
 
 
 
 
 
Era una notte vellutata. Nel cielo si rincorrevano una moltitudine di stelle. Aveva piovuto da poco, e l’aria profumava ancora di pioggia. L’acquazzone sarebbe riuscito a scacciare la puzza di quel quartiere ancora per poco. Alba lo sapeva.
Guardava le strade del ghetto dalla finestra del salottino. Abitava al sesto piano, in un palazzo senza ascensore. Era in affitto. Ma ancora per poco, perché quel mese aveva già finito i soldi, e non sapeva come avrebbe detto alla padrona di casa che non poteva pagarla neanche questa volta. Avrebbe chiamato i Carabinieri. L’aveva promesso, e Alba sapeva che l’avrebbe fatto. Quella vecchia bastarda aveva un cuore di cemento.
Mentre la sua mente naufragava in questi pensieri, una musica si diffondeva nel monolocale. Era Grande, grande, grande di Mina.
Alba lanciò un’occhiata a suo figlio. Marco. Era chino sul tavolo della cucina. Disegnava. Aveva solo sei anni, ma aveva talento. Era lui che aveva fatto partire la musica. Era solo un bambino ma adorava le vecchie canzoni di Mina. Non faceva che ascoltarle e riascoltarle. Guardandolo, Alba si rese conto per l’ennesima volta che era sputato al padre. Quei suoi occhioni celesti parevano catturare la luce: spuntavano in mezzo ai capelli biondi disordinati, che gli nascondevano la fronte e andavano ad accarezzare il naso, quel nasino da bambino. Le guancie paffute spuntavano come colline di neve in quella pelle candida. Proprio sputato al padre. Per fortuna, però, aveva preso solo i lati positivi di quel bastardo.
Riportando gli occhi sulla giungla di cemento, Alba si chiese che fine avesse fatto suo marito. Era sparito nel nulla. Da un giorno all’altro. Una mattina era andato a lavoro, e la sera non era tornato a casa. In seguito Alba aveva scoperto che a lavoro non s’era nemmeno presentato. Lei non s’era fatta un’idea di quel mistero. Bruno, suo marito, era un bastardo. Lavorava come muratore, ma spendeva quasi tutto il suo stipendio alle slot machine e in puttane. Il suo passatempo preferito era picchiarla. Alba aveva una brutta cicatrice in mezzo alla schiena, che era opera delle mani callose di quel bastardo. Le solcava la pelle con quella forma da verme bianco, ed ogni volta che la fissava guardandosi allo specchio, scoppiava a piangere.
Ormai erano più di tre mesi che Bruno era scomparso. L’aveva lasciata in una situazione economica di merda. Una marea di debiti, un figlio da crescere e nemmeno un soldo. Alba faceva la cameriera part-time in una tavola calda. Ciò che guadagnava non bastava per lei e il suo bambino. Non sapeva come fare. Non aveva parenti o amici. Era sola col bambino. Soli contro il mondo. Un mondo spietato.
«Mamma, domani è Natale, vero?» chiese il piccolo alzando gli occhi dal suo disegno. Gli occhi celesti da angelo bruciavano di aspettativa.
La madre lo guardò e sorrise. Un sorriso triste.
«Sì, amore. Domani è Natale» gli rispose.
Il bambino sorrise, e si rigettò nel suo disegno. Le mani erano sporche di inchiostro di tutti i colori.
La donna sentì una stretta al cuore. Era Natale e non gli aveva comprato niente. Aveva dovuto pagare il riscaldamento, e le era costato un mucchio di soldi. Non aveva potuto fare a meno di pagarlo. Quell’inverno si gelava, e di notte quel buco di appartamento diventava un cubetto di ghiaccio.
Ora non aveva più niente nel portafoglio, e mancava una settimana alla paga mensile.
Guardando suo figlio, Alba dovette trattenersi dal non piangere. Non si meritava una situazione del genere. Era solo un bambino, e quell’appartamento, quel quartiere, quei vecchi vestiti, non erano adatti ad un bambino. Marco si meritava di più. Marco si meritava un bel regalo di Natale come tutti i bimbi della sua età.
Guardando suo figlio, Alba prese la sua decisione.
Andò in bagno e si truccò per bene. I suoi capelli avevano bisogno di un bel taglio e un po’ di colore, le sue mani di una manicure, ma tutto sommato era una bella donna. Aveva trentacinque anni, ma se li portava bene. Era magra, e aveva delle belle labbra, labbra che erano porte per il Paradiso come gli aveva scritto un fidanzatino tredicenne tanto tempo prima.
Una volta truccatasi, Alba si avviò in camera da letto, e scelse il vestito più sensuale che aveva e un paio di scarpe con tacco alto. Si vestì e si guardò allo specchio. Non era certo una modella, ma non era nemmeno da buttare via.
Tornò in salone e si avvicinò a suo figlio.
«Dove vai mamma?» chiese il piccolo.
«Devo uscire amore. Penso che farò tardi. Devi stare un po’ solo, sei così bravo da farlo? Penso che se lo farai, avrai un bel regalo domani» disse la donna abbracciando il figlioletto. Alba era sul punto di piangere, ma ricacciò dentro le lacrime. Non poteva rovinarsi il trucco.
«Allora?» chiese inalando il profumo morbido della pelle del suo bimbo.
«Tu torni?» chiese il piccolo, preoccupato.
«Ma certo!» disse la donna scompigliandogli quei capelli setosi. «Torno tra un paio d’ore».
«Va bene».
«Promettimi che tra un po’ vai a letto. Domani quando ti sveglierai io sarò qui».
«Posso restare sveglio finché non torni?».
Alba lo guardò negli occhi. Amava quel bambino. Lo amava con tutta sé stessa.
«Ti prego, mamma. Voglio farti un bel disegno».
Alba sorrise e gli diede un bacio.
«Va bene, ma se sei stanco e non sono ancora arrivata, va’ a dormire. Va bene?».
Il bimbo annuì. Sulle labbra di pesco un gran sorriso.
La donna prese la borsetta e si diresse alla porta. Giunta all’uscio si voltò verso suo figlio.
«Ciao amore».
«Ciao mamma».
Alba guardò il piccolo ancora per qualche secondo, poi aprì la porta ed uscì.
In strada si gelava. Soprattutto in minigonna e con un fazzoletto per vestito.
Alba camminò lungo i marciapiedi non sapendo da dove iniziare. Era la sua prima volta. Aveva paura, ma si fece forza pensando al bambino. Pensando a quegli occhi che avevano rapito il celeste del cielo, tutto le sembrava più facile.
La luce dei fari di un auto la rivestì come un manto. La macchina si accostò. Il finestrino del passeggero si abbassò.
Lei si avvicinò e sorrise. Sorrise, ma avrebbe voluto piangere.
«Ciao bella, quanto vuoi per farci un giro?».
Alba non aveva pensato nemmeno a quanto chiedere. Disse la prima cifra che le venne in mente.
«Sessanta».
«Perfetto. Monta su, lì fuori si gela».
La donna salì in macchina. L’uomo estrasse sessanta euro dal portafoglio in pelle, e li porse alla donna. Lei li prese e la Mercedes si allontanò nelle strade buie.
Dentro la macchina si stava bene. L’aria calda del riscaldamento le lavò via di dosso il gelo della notte.
«Sei nuova? Non ti ho mai vista» disse l’uomo. Era sui quarantacinque. Brutto. Non sembrava una cattiva persona e nemmeno un puttaniere. Aveva l’aria di un commerciante in trasferta.
«No. Battevo solo in un’altra zona» disse Alba cercando di mostrarsi più disinibita possibile.
«Capisco. Ascolta, conosco un posticino isolato vicino al canale. È un posto tranquillo, ci sono già stato».
«Va bene» si limitò a dire Alba.
L’uomo sorrise e accese l’autoradio. Una prepotente musica dance inondò l’auto.
Alba avrebbe voluto dirgli di fermare l’auto e farla scendere, ma non lo fece. Doveva resistere. Doveva resistere per il suo bambino, per quegli occhi di cielo.
Arrivarono al posto che aveva detto il cliente. Aveva ragione, era un posticino tranquillo. Troppo tranquillo. Era completamente al buio, e non c’era nemmeno una macchina. L’autoradio pompava ancora quella fastidiosa musica dance.
L’uomo spense il motore e le saltò addosso senza una parola. Alba lo lasciò fare, desiderando soltanto che facesse in fretta e che la riportasse a casa.
Fu doloroso e freddo. La donna non riusciva a lasciarsi andare, ma all’uomo non gliene importava molto. Si prendeva ciò che voleva senza chiedere. La insultava mentre la possedeva, e ad ogni insulto Alba ricacciava dentro le lacrime. Nella sua mente, a darle forza, gli occhi di suo figlio. Sempre.
Quando finì, l’uomo si rivestì e prese un pacchetto di sigarette.
«Fumi?» le chiese.
Alba annuì. Fumava, ma erano mesi che non toccava una sigaretta. Non poteva più permetterselo.
«Usciamo fuori a fumare» disse il cliente aprendo la portiera. «Mia moglie non vuole che fumi in macchina».
Alba scese dall’auto.
L’uomo le porse una sigaretta e la donna la strinse tra le labbra. Lui accese l’accendino con la mano sinistra e lo porse verso la donna. Quando Alba si avvicinò per accendere, l’uomo le piantò un coltello in mezzo allo stomaco.
Alba non fece nemmeno in tempo a rendersi conto di cosa stava succedendo, che l’uomo la trafisse con la lunga lama ancora due volte. Due affondi veloci e profondi. La donna crollò a terra. Un urlo le stava per sgorgare dalla gola, ma l’uomo fu più lesto. Si gettò su di lei e le coprì la bocca con la mano sinistra. Con la destra affondò di nuovo la lama. Due volte. Due pugnalate al cuore.
Alba morì pensando a suo figlio: a quei capelli spettinati e al celeste dei suoi occhioni. Dai suoi occhi scivolarono fuori due lacrime gemelle. Due lacrime di disperazione.
L’uomo infierì sul cadavere. Sulla fronte della donna incise una P. Poi corse dentro la macchina e si allontanò a fari spenti nella notte.
Il cadavere della donna venne coperto dal buio. Senza pietà.
In quello stesso momento, Marco finì il suo disegno. Guardandolo, il bambino sorrise. Aveva disegnato la sua mamma. Adorava la sua mamma, e le voleva molto bene. Nel disegno sorrideva ed era più bella che mai. Intorno a lui la musica di Volami nel cuore di Mina. La sua canzone preferita, quella che gli faceva venire buonumore.
Il bambino alzò il disegno e lo baciò. I suoi occhioni celesti brillavano. Non vedeva l’ora che la sua mamma tornasse per poterglielo dare.
 
Piergiorgio Pulisci
postato da: croceincarnata alle ore maggio 31, 2008 08:53 | link | commenti | commenti
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domenica, 18 maggio 2008

Lontano

 

 

Lontano

 

 

 

 

Accadde quando lei gli chiese se aveva portato fuori il cane e spento la tv in salone. Glielo chiese senza voltarsi, la testa seminascosta sotto il cuscino. Lui si era seduto sul materasso pronto a slacciarsi le scarpe quando quella domanda l’aveva trafitto. Il peso di quella semplice domanda era insostenibile, e dentro di sé portava altre mille domande.

   «Allora l’hai portato a pisciare?... Scommetto che ti sei dimenticato anche questa volta».

Non c’era ironia nelle sue parole. Semmai un filo di cattiveria.

Lui si voltò e la fissò, ancora nascosta dalle coperte e dal cuscino.

Cos’era rimasto del loro amore? Un cane sordo da portare a pisciare la sera e una tv da spegnere?

Sì. Aveva portato il cane a pisciare. Sì. Aveva spento la televisione. Ma disse:

«Hai ragione. Mi son dimenticato anche stavolta».

«Lo sapevo».

«Torno subito».

«Sì, buonanotte».

«Buonanotte» disse lui, sapendo che nel volgere di pochi istanti si sarebbe addormentata.

Si alzò e scese giù. Chiamò il cane e indossò il cappotto. Il bastardino arrivò trotterellando, eccitato all’idea di un’altra uscita notturna.

L’uomo prese il portafoglio e le chiavi della macchina, poi entrò in cucina. Accese una candela e la posò sul tavolo. Si avvicinò ai fornelli e aprì tutti gli erogatori di gas, ma senza accendere le fiammelle. Subito l’odore del gas iniziò a permeare la cucina.

Chiuse la porta ed uscì fuori di casa. Una volta sul marciapiede si voltò a fissare il villlino. Non era nemmeno suo, ma della banca. Ventidue anni lo separavano dalla proprietà di quel buco di casa. E per ventidue anni avrebbe dovuto alzarsi tutte le mattine alle sei e mezza e andare a fare un lavoro di merda che odiava. Per ventidue anni si sarebbe sentito chiedere se avesse portato il cane a pisciare e spento la televisione.

No.

Basta.

Fanculo alla banca. Fanculo alla casa. Fanculo al lavoro. E fanculo a sua moglie.

Fece entrare il cane in macchina. Sul sedile davanti, dove sua moglie non glielo avrebbe mai permesso. Innesto la prima e partì.

   Non sapeva dov’era diretto. Lontano, di sicuro. Da qualche parte a recuperare la sua vita.

  «Sono ancora in tempo» si disse mentre udì una forte esplosione provenire dalla strada che si era lasciato alle spalle. L'esplosione illuminò la notte.

  «Sono ancora in tempo, vero Bobby?».

   Il cane rispose chiudendo gli occhi e addormentandosi sul sedile.

   L’uomo gli accarezzò la testolina, poi abbassò il finestrino e lasciò penzolare la mano fuori, abbandonandola alle carezze del vento.

  Sorrise. Erano anni che non si sentiva così libero.

 

Piergiorgio Pulisci, copyright "Orrori" 2005.


postato da: croceincarnata alle ore maggio 18, 2008 12:42 | link | commenti | commenti
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giovedì, 15 maggio 2008

Scrivere o morire

Scrivere o morire

 

Ti svegli e sei nudo. Hai le catene ai piedi. Di fronte a te tre SS con i fucili spianati. Un' altra SS si avvicina e si siede a qualche metro da te. Tra le mani stringe una tazza di tè fumante. Negli occhi il male. Capisci che comanda lui.

"Carino" dice indicandoti il petto.

Abbassi lo sguardo e vedi il tatuaggio che t'eri dimenticato d'avere. E' una scritta blu. Dice: i nazisti sono il marciume del mondo. Va da pettorale a pettorale. Sussulti. Ma quando vedi un fascicolo per terra con la tua foto e i tuoi dati, tremi. Tremi perchè i documenti dicono che sei un ebreo comunista e hai ucciso tre ufficiali del terzo Reich. Non ricordi nulla.

Quello che comanda finisce di bere il tè e scaglia la tazza contro il muro alle tue spalle. Vieni investito da cocci di ceramica. Ti feriscono la schiena, ma quasi non li senti. Hai ben altro di cui preoccuparti.

"Voglio fare un gioco con te" dice alzandosi. Le sue parole sono pugnalate. Qualcuno butta ai tuoi piedi un quaderno e una penna.

"Se dovessi dare retta ai miei colleghi, dovrei torturarti e poi ucciderti. Qualcosa di lento e doloroso, verme... Ma ho un'altra idea... Il tuo fascicolo dice che sei uno scrittore, non è così?"

Domanda retorica. Non attende una conferma. Riprende a parlare subito.

"Bene. Ti do cinque minuti per scrivere qualcosa. L'inizio di un racconto o di un romanzo, quello che vuoi. Se quello che scrivi mi annoia ti consegno al divertimento dei miei colleghi. Se invece mi incuriosisce, prolungherò la tua vita di mezz'ora, che tu userai per continuare il racconto. Se riuscirai a prendermi ancora, ti lascerò scrivere per un' altra ora e così via. Ci stai?"

Ancora non attende una tua risposta. Guarda l'orologio e dice:

"Cinque minuti."

Se ne va. Ma le tre SS rimangono. E i loro fucili continuano a fissarti.

Prendi la penna e scrivi.

Piergiorgio Pulisci, "Orrori", copyright 2005.

Questo è un  racconto breve sulla scrittura. Quando uno scrive, a mio parere, se vuole scrivere al meglio delle sue possibilità deve porsi di fronte alla pagina bianca come il prigioniero del racconto, che deve scrivere per non morire. Deve incuriosire il suo aguzzino, costringerlo a non ucciderlo se vuole arrivare alla fine della storia. Tutto qui. Scrivere per sopravvivere. Se invece permette alla noia di insinuarsi tra le sue parole, l'SS lo ammazzerà subito, perchè non ha tempo da perdere. Il lettore, qualsiasi lettore, non ha tempo da perdere; vuole essere avvolto dalla storia, intrappolato, come se la storia fosse un vortice marino. Il punto è che farlo è maledettamente difficile.

Piergiorgio Pulisci

postato da: croceincarnata alle ore maggio 15, 2008 09:07 | link | commenti | commenti
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